{"id":36,"date":"2025-05-03T21:33:19","date_gmt":"2025-05-03T19:33:19","guid":{"rendered":"http:\/\/localhost\/renzo\/?page_id=36"},"modified":"2025-05-22T13:37:40","modified_gmt":"2025-05-22T11:37:40","slug":"chi-siamo","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.comunitadisestu.it\/index.php\/chi-siamo\/","title":{"rendered":"Chi siamo"},"content":{"rendered":"\r\n<div dir=\"auto\">\r\n<h2>Comunit\u00e0 di SESTU Cooperativa sociale Onlus.<\/h2>\r\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nata nel giugno del 1972, \u00e8 una sorta di famiglia allargata che realizza un modello di convivenza ispirato alla cosiddetta semplicit\u00e0 volontaria. Il gruppo si autofinanzia con varie attivit\u00e0, tra cui la storica lavorazione artistica del rame, la corniceria e la pi\u00f9 recente legatoria, gode di piena autonomia organizzativa e operativa al fine di raggiungere forme di economia a basso consumo e ad elevata qualit\u00e0 relazionale. Con la comunione dei beni e la valorizzazione delle potenzialit\u00e0 di ciascuno, si cerca di dare risposte a situazioni di disagio e di emarginazione, evitando di cadere nel rapporto compassionevole. Molto importante \u00e8 la partecipazione alle dinamiche sociali del territorio per favorire una cittadinanza attiva.<\/p>\r\n<div style=\"width: 640px;\" class=\"wp-video\"><video class=\"wp-video-shortcode\" id=\"video-36-1\" width=\"640\" height=\"360\" preload=\"metadata\" controls=\"controls\"><source type=\"video\/mp4\" src=\"https:\/\/www.comunitadisestu.it\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/video5.mp4?_=1\" \/><a href=\"https:\/\/www.comunitadisestu.it\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/video5.mp4\">https:\/\/www.comunitadisestu.it\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/video5.mp4<\/a><\/video><\/div>\r\n<div dir=\"auto\">\u00a0<\/div>\r\n<p dir=\"auto\">\u00a0<\/p>\r\n<\/div>\r\n<p>Quando \u201coccupammo\u201d la casa di via Roma 14 a Sestu (piccolo centro agricolo alle porte di Cagliari), il 24 giugno 1972, per tentare di vedere se riuscivamo a stare insieme, eravamo forti dell\u2019esperienza di Capodarco di Fermo (nella Marche): la prima comunit\u00e0 in Italia che cercava di offrire a persone invalide un\u2019alternativa alla vita di istituto o all\u2019isolamento in famiglia.<br \/>Il nostro gruppo aveva una grande aspirazione: camminare con le<br \/>proprie forze. Che voleva dire mettere in comune tutte le risorse e<br \/>provare a realizzare un\u2019esperienza dove ogni persona non fosse<br \/>caratterizzata dalla sua condizione fisica, psichica o mentale. I primi anni furono difficili ma altamente formativi. Mantenemmo la nostra porta aperta e tanta gente vi entr\u00f2 con tutto il carico di problemi e di aspirazioni.<br \/>Chi era in condizioni di farlo lavorava all\u2019esterno in attivit\u00e0<br \/>precarie e mal pagate; altrimenti si cercavano lavori a domicilio.<br \/>Abbiamo imparato a conoscere il paese che ci ospitava stando a<br \/>contatto stretto soprattutto con la parte pi\u00f9 debole della popolazione (analfabeta, senza casa, senza lavoro, priva di assistenza sociale, non in grado di far valere i propri diritti), con la quale si creavano momentanee alleanze finalizzate al raggiungimento di obiettivi di giustizia e di dignit\u00e0.<br \/>In noi si andava sempre pi\u00f9 rafforzando il convincimento che per favorire l\u2019integrazione sociale delle persone pi\u00f9 deboli occorreva<br \/>realizzare politiche sociali universali (che valessero cio\u00e8 per tutti coloro che si trovavano in condizioni di svantaggio).<br \/>Integrare significava cio\u00e8 accogliere, essere solidali, migliorare la<br \/>condizione delle classi sociali svantaggiate, sostenere tutte le riforme sociali che tutelassero la salute attraverso la prevenzione, la cura e la vera riabilitazione; occorreva inoltre una massiccia campagna di sensibilizzazione generale per abbattere le barriere culturali e mentali a causa delle quali, per esempio, i portatori di handicap (termine coniato negli anni ottanta) non venivano considerati cittadini a pieno titolo.<br \/>La scelta di non creare un gruppo \u201cassistenzializzato\u201d (mantenuto,<br \/>cio\u00e8, con denaro pubblico) ha permesso a ciascuno di noi di capire il senso del sacrificio quotidiano legato al lavoro vero e di non dividere le<br \/>persone in sane e malate. Tutti sulla stessa barca a remare secondo le proprie possibilit\u00e0. La decisione di rimanere a Sestu, fortemente voluta dagli amministratori e dai politici del tempo (e da quella parte di popolazione che ci seguiva), quando l\u2019Amministrazione Comunale prese la decisione di demolire la casa dove abitavamo (pericolante e dichiarata inabitabile) non fu facile. Il desiderio di essere sempre autonomi dalla politica e da chiunque potesse strumentalizzare l\u2019esperienza erano forti<br \/>in noi tutti e soltanto la consapevolezza che la concessione del terreno che ci veniva dato in uso era atto politico \u201cserio e ponderato\u201d ci port\u00f2 ad accettare di \u201cmettere radici\u201d.<br \/>Dopo una serie di campi di lavoro, anch\u2019essi autofinanziati, che<br \/>portarono in paese centinaia e centinaia di giovani da tutto il mondo per aiutarci a costruire la casa in via Dante, poi battezzata via Quasimodo, nel settembre del 1976 ci trasferimmo nella nuova sede.<br \/>Successivamente abbiamo iniziato a costruire il laboratorio. Terminato il quale, in due ulteriori interventi, abbiamo ampliato l\u2019abitazione per migliorare la sistemazione logistica dei conviventi. Gi\u00e0 dal 1973 avevamo dato vita ad una Cooperativa di produzione e lavoro, considerando quella forma giuridica l\u2019unica vicina alle nostre idee per \u201cfare impresa\u201d.<br \/>Inizialmente tutte le risorse umane e finanziarie sono<br \/>state impegnate nella lavorazione artistica del rame (qualcuno ci chiamava \u201cla cooperativa del rame\u201d), il cui addestramento aveva richiesto non meno di due anni di formazione presso il laboratorio di metalli della Comunit\u00e0 di Capodarco di Fermo (allora in provincia di Ascoli Piceno, oggi provincia con Porto San Giorgio). Ma era una strada troppo in salita.<br \/>La \u201cmonocultura\u201d lavorativa si era ben presto dimostrata limitata<br \/>per dare al gruppo il pieno autofinanziamento. Occorreva allargare ad altri campi. Lentamente venivano aperti altri settori e solo a partire dal 1986 si riusciva a raggiungere il tanto agognato obiettivo di avere un laboratorio articolato in diverse attivit\u00e0, ciascuna autonoma, che permettessero anche a persone con limitate capacit\u00e0 di essere in qualche modo inserite e valorizzate.<br \/>Il lavoro, come abbiamo gi\u00e0 detto, ha avuto un posto centrale<br \/>nella nostra esperienza. Senza questa \u201cscelta\u201d, probabilmente,<br \/>racconteremmo un\u2019altra storia. Il lavoro in forma autonoma, poi, ci ha fatto sentire non protetti, spingendoci costantemente a dare soluzioni a tutti i problemi che si presentavano giornalmente.<br \/>Lavoro come strumento di sopravvivenza, ma anche come<br \/>condizione di condivisione paritaria. Lavoro vero dal quale dipende la tua dignit\u00e0 di persona, ognuna diversa. E per sentirsi uguali, e per farcela tutti i giorni, si mette in comune il guadagno e si attua la comunione dei beni. Con un\u2019impostazione complessiva che riecheggia il modello di famiglia allargata.<br \/>La societ\u00e0 \u00e8 cambiata radicalmente. Se per un verso si sono<br \/>ottenute grandi conquiste (soprattutto \u00e8 cresciuta la sensibilit\u00e0 verso alcune categorie svantaggiate e si \u00e8 riusciti, in parte, a far crescere la cultura dell\u2019integrazione e dell\u2019inserimento lavorativo di portatori di disabilit\u00e0 fisica non grave, ieri completamente emarginati), dall\u2019altra c\u2019\u00e8 il serio pericolo che vengano riproposti gli istituti dove ricoverare i pi\u00f9 gravi: potranno anche chiamarle \u201cResidenze Sanitarie Assistenziali\u201d o con nomi graziosi, ma sono comunque l\u2019edizione riveduta e corretta di realt\u00e0 di ricovero che negano la dignit\u00e0 umana (e che fanno arricchire o sopravvivere chi li gestisce). Abbiamo anche il timore che, in nome del<br \/>libero mercato e della \u201clibera\u201d concorrenza, si vogliano ridimensionare alcuni diritti (pensiamo soprattutto al pericolo che corre la sanit\u00e0 pubblica, l\u2019istruzione pubblica, il lavoro tutelato, la previdenza sociale) e che, col pretesto della sicurezza interna, si cerchi di comprimere alcuni diritti fondamentali (chi ha fame, secondo noi, deve trovare di che nutrirsi, come la storia dell\u2019emigrazione italiana nel mondo ci insegna).<br \/>Con questa forma di condivisione e di vita comune scopriamo,<br \/>ogni giorno, il piacere di un\u2019esistenza ricca di novit\u00e0 e di stimoli<br \/>altrimenti impensabili. L\u2019autofinanziamento e l\u2019autogestione sono una grande risorsa che permette a ciascuno di sperimentare una buona sintesi tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, tra quotidiano a volte ripetitivo e, spesso, innovativo e creativo.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<pre class=\"wp-block-preformatted\">\u00a0<\/pre>\r\n\r\n\r\n\r\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"756\" height=\"1024\" class=\"wp-image-197\" style=\"width: 266px; height: auto;\" src=\"https:\/\/www.comunitadisestu.it\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/Incensiere.jpg\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.comunitadisestu.it\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/Incensiere.jpg 756w, https:\/\/www.comunitadisestu.it\/wp-content\/uploads\/2025\/05\/Incensiere-221x300.jpg 221w\" sizes=\"auto, (max-width: 756px) 100vw, 756px\" \/><\/figure>\r\n\r\n\r\n\r\n<p class=\"wp-block-paragraph\">incensieri in rame<\/p>\r\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Comunit\u00e0 di SESTU Cooperativa sociale Onlus. 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